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mercoledì 3 febbraio 2010

Dallo statuto dei lavoratori ai nuovi schiavi di Rosarno

La rivolta dei braccianti di Rosarno, che ricorda per diversi aspetti i moti dei braccianti agricoli contro lo sfruttamento dei latifondisti di molti decenni passati, sembra far tornare indietro l’orologio della storia.
Se circa un secolo fa i contadini erano assoggettati al potere del latifondo anche grazie alla repressione esercitata dal potere militare del Regno d’Italia, oggi sono le leggi volute dal governo di destra a negare ogni diritto ai braccianti clandestini, ridotti in semischiavitù e obbligati a lavorare in condizioni disumane sotto la minaccia della denuncia all’autorità costituita.
Ma la lotta dei braccianti di Rosarno non è dissimile da quella degli operai che salgono sui tetti delle fabbriche: in entrambi i casi vi è soprattutto la rivendicazione di diritti fondamentali, diritti che in Italia sono stati duramente conquistati (per tutti i lavoratori, è bene dirlo) e che, ultimamente, vengono messi in discussione e negati, troppo spesso nell’indifferenza generale.

La grande conquista della dignità del lavoro
Il prossimo 20 maggio lo Statuto dei Lavoratori compirà 40 anni. Esso fu il risultato di una strenua lotta politica e sociale che vide coinvolti nell’autunno del 1969 oltre sette milioni di lavoratori che si unirono per rivendicare i loro diritti.

Tra le numerose richieste avanzate dai lavoratori e recepite dallo Statuto, ricordiamo la riduzione dell'orario di lavoro a 40 ore settimanali, gli aumenti di stipendio e il diritto di assemblea. Grazie allo Statuto venne inoltre normato il controllo delle assenze per malattia o infortunio, si riconobbe il diritto a non essere discriminati se studenti lavoratori o sindacalisti, e si introdusse il principio dell’annullamento del licenziamento per giusta causa.

Lo Statuto dei Lavoratori rappresenta il raggiungimento di un alto grado di democrazia e il riconoscimento della dignità del lavoro, un importante traguardo che ha il suo diretto riflesso nell’alto grado di democrazia raggiunto dalla società italiana nel suo complesso. Un patrimonio di coscienza civile che nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro ha costituito il baluardo contro il quale si sono infranti la stagione delle stragi e del terrorismo, consentendo alla democrazia italiana di proseguire il suo cammino costituzionale.

Negli anni 80 e 90 lo Statuto ha mantenuto la forza di garanzia non soltanto dei lavoratori occupati, ma anche dei lavoratori disoccupati, con forme d'incentivazione dell'occupazione e di sostegno alla produzione che trovavano nello Statuto il preciso punto di riferimento, anche per quanto riguarda gli ammortizzatori sociali.

L’attacco all’articolo 18: dalla flessibilità alla precarietà
L’art.18 dello Statuto dei Lavoratori sancisce l’impossibilità per il datore di lavoro di licenziare un dipendente senza giusta causa ed è la chiave di volta del sistema.
Sono stati diversi, negli ultimi dieci anni, i tentativi di modificare o addirittura abolire l’art. 18 dello Statuto. Tali tentativi, portati avanti dalla destra, costituiscono un grave attentato all’integrità e all’efficacia dell’insieme delle garanzie dello Statuto stesso. Appare infatti evidente come diventi di fatto inutile il riconoscimento ai lavoratori del diritto di rivendicare il rispetto dell'orario di lavoro, delle mansioni, dei diritti sindacali, della libertà di opinione, di rivendicare il pagamento degli straordinari, e così via se si può essere licenziati senza giusta causa e senza poter avere la previsione della reintegrazione.

In altre parole, la paura di essere licenziati senza possibilità di reintegrazione rischierebbe di indurre i lavoratori a non esercitare pienamente i diritti che 60 anni di vita democratica e sindacale hanno loro garantito. La dignità, l'autostima, il diritto a manifestare le proprie opinioni e ad esercitare le proprie libertà, nell'ambito delle leggi che li regolano, sono valori non monetizzabili.
La dignità del lavoratore sul posto di lavoro è un presupposto fondamentale per la realizzazione piena del cittadino, è un diritto tutelato dalla nostra Costituzione, e non può essere accettato un risarcimento in sostituzione di questi valori.

Come diceva Piero Calamandrei nel 1955: “Dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare la scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. 1 “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, questa formula corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e studiare e trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica, perché una democrazia in cui non ci sia questa eguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una eguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale.

Si comprende quindi l’impegno con il quale i vari governi di destra si sono adoperati per rimettere in discussione l’art. 18, cercando di sopprimerlo o, almeno, di depotenziarne di molto la portata.

La grande risposta data dai lavoratori in occasione della manifestazione di Roma del 2002, quando risposero al richiamo della CGIL guidata da Sergio Cofferati gli ormai celebri 3 milioni di persone, ha potuto in qualche modo, allora, frenare i colpi portati all’art. 18 dalla destra al Governo.

E tuttavia già l’anno successivo l’introduzione della legge 30, la cosiddetta Legge Biagi, ha in qualche modo permesso la neutralizzazione dell’art. 18 per una larga parte di lavoratori introducendo tutta una serie di nuove casistiche lavorative che, se nelle intenzioni dichiarate dal Governo dovevano servire a facilitare l’accesso al mondo del lavoro soprattutto dei giovani, hanno di fatto permesso la trasformazione di ampi settori di lavoro stabile in aree di lavoro precarizzato.

Alla prevista flessibilità non ha fatto seguito una riforma sugli ammortizzatori sociali, tramutando di fatto una situazione di lavoro flessibile in una situazione precaria, e soprattutto non si è creato un contesto economico nel quale è facile e rapido il ricollocamento nel mondo del lavoro.

Circa gli effetti della legge 30, che secondo i suoi sostenitori avrebbe ridotto comunque la disoccupazione, si può osservare che il fenomeno è si diminuito in termini percentuali, ma al prezzo di un abbassamento della qualità delle retribuzioni. La possibilità di stipulare contratti anche di breve durata, ha introdotto inoltre una perturbazione nel calcolo dell’effettivo livello di disoccupazione, poiché le statistiche tengono conto solo dell’inizio del rapporto di lavoro, quindi è accaduto che il tasso di occupazione registrato fosse superiore rispetto a quello reale.

Dal punto di vista dei rapporti di forza tra offerta e domanda di lavoro, è chiaro che sono i datori di lavoro ad aver segnato un cospicuo vantaggio, mentre i lavoratori salariati hanno visto indeboliti i loro diritti e anche gli stessi lavoratori a tempo indeterminato si sono visti affiancare una “concorrenza” costituita da lavoratori precari ed interinali, molto meno costosi e molto più “flessibili”, tanto che si sono verificati casi in cui, all’opposto di quanto affermato da chi si dichiarava a favore della legge 30, si è iniziato a “dismettere” lavoratori stabili, magari più “anziani” e quindi più costosi, per assumere con le nuove forme contrattuali, giovani precari cui poter rinnovare praticamente all’infinito un contratto a progetto o co.co.co.

La flessibilità è stata pagata tutta dai lavoratori: un conto sarebbe stato infatti compensare la flessibilità richiesta al lavoratore con un cospicuo aumento salariale per unità di tempo della prestazione, analogamente a quanto avviene ad esempio per una prestazione professionale, ma altro è invece l’attuale sistema che fa costare assai meno al datore di lavoro un lavoratore flessibile rispetto ad uno stabile, potendo reiterare eventualmente all’infinito il rapporto.
E’ chiara la convenienza economica per il datore di lavoro a utilizzare forme di precariato, specie per impieghi poco professionalizzati.


Oltre il precariato, lo sfruttamento
Rosarno, Castelvolturno, ma anche Prato e chissà quali altri gironi infernali del lavoro nero e dello sfruttamento della mano d’opera a basso costo rappresentano in fondo l’ultima frontiera del precariato, e un’ulteriore riallineamento verso il basso dei parametri di remunerazione del lavoro di braccianti e operai.

Descrivere questi fenomeni considerandoli del tutto estranei ai circuiti dell’economia “ufficiale” è a mio avviso del tutto inesatto poiché è pur vero che l'impresa che opera nel sommerso, e il lavoratore in "nero", pur collocandosi in un segmento nascosto dell'economia, finiscono per entrare in contatto e interagire con l'economia "regolare" in molte occasioni. Dunque, l'economia sommersa nei paesi industrializzati finisce per convivere e per interagire a vari livelli con i meccanismi di mercato che governano il funzionamento del sistema economico.

Non si spiega altrimenti la scala raggiunta dal fenomeno, le migliaia di persone impiegate nell’agricoltura al sud, così come i tantissimi operai cinesi che lavorano clandestinamente nelle fabbriche sparse per l’Italia.

Se analizziamo questi fenomeni, abbiamo un quadro impressionante di cosa sia oggi l’economia sommersa italiana: un enorme buco nero che secondo le ultime stime della Banca d’Italia rappresenta oltre il 15% dell’attività economica.

Tutti i tentativi di far emergere il lavoro nero si sono rivelati, ad oggi, deludenti, tanto che il nostro paese vanta il poco invidiabile primato dell’Europa. Sono state emanate leggi che hanno avuto una scarsa adesione anche per la complessità dei meccanismi di emersione adottati, e nonostante spesso contenessero degli elementi di grande indulgenza verso coloro che avevano fatto uso di questo tipo di lavoro. I lavoratori in nero non vedono rispettati i loro diritti e devono accontentarsi del poco che riescono ad ottenere.

Il fenomeno dei clandestini introduce una variabile nuova, poiché siamo di fronte ad una massa di persone particolarmente deboli dal punto di vista della lingua, della conoscenza delle leggi e dei loro diritti. La loro situazione di irregolarità li mette inoltre in una condizione di completa sudditanza verso i loro sfruttatori, che hanno armi ancora più forti di ricatto.

La verità è che i clandestini servono perché rappresentano una forza lavoro a prezzi stracciati, più competitiva ancora del lavoro nero fornito dagli italiani e dagli immigrati “regolari”: essi sono dei senza diritti e possono quindi essere sottoposti ad angherie e soprusi ancora peggiori rispetto ai “semplici” lavoratori in nero. L’aver approvato la legge che introduce il reato di clandestinità rende ancora più evidente il suo vero scopo, ossia quello di mantenere serbatoi di lavoratori a basso costo.

Con questa ulteriore involuzione del mercato del lavoro, potremmo dire che il cerchio si chiude.

Alla fine degli anni ’60 le dure lotte dei lavoratori italiani hanno permesso il riconoscimento della dignità del lavoro e hanno portato l’ottenimento di uno degli Statuti più avanzati del mondo in termini di tutele dei diritti.

Oggi, potremmo ben dire che molto di quelle conquiste si è perso e la crisi economica, la globalizzazione, i tanti cambiamenti della nostra società non possono, io credo, interamente spiegare questo riflusso, questo ripiegamento dei diritti.

Su questo tema è venuto il momento di promuovere un vasto e rinnovato dibattito, che sia in grado di rimettere al centro valori quali la dignità del lavoro, i diritti (e i doveri) dei lavoratori, la flessibilità unita alle reti di protezione sociale, l’accoglienza e il riconoscimento del valore economico e sociale del lavoro degli immigrati, che può rivelarsi determinante, se opportunamente regolarizzato, per riequilibrare la progressiva decrescita demografica che avrà, se non opportunamente corretta, effetti devastanti sul welfare negli anni futuri.

sabato 9 gennaio 2010

Il PD si faccia promotore a Rosarno di una grande manifestazione in difesa della legalità e dei diritti dei lavoratori

Lettera aperta al Segretario del Partito Democratico
On.le Pier Luigi Bersani

Caro Pier Luigi,
i fatti di Rosarno continuano a rimbalzare da un TG all'altro, arricchendosi di nuove notizie di violenze e di gravi ferimenti. E' in atto una vera e propria guerra civile tra immigrati, sfruttati e privati di ogni dignità, e la criminalità organizzata che vorrebbe continuare a sfruttare quella manodopera a buon mercato e senza diritti.

Penso che tutto ciò vada ascritto, in buona misura, alla attuale legge sull'immigrazione, la cosiddetta Bossi-Fini che, impedendo di fatto la regolarizzazione degli stranieri anche quando essi trovino un lavoro regolare, li sospinge inevitabilmente tra le braccia dei caporali e di quanti vivono di questo orrendo commercio.

Il fatto poi che tale abominio si svolga praticamente alla luce del sole, senza che nessuno intervenga per porre fine a questa vergogna, nell'indifferenza o, peggio, nell'impotenza della pubblica amministrazione che allarga le braccia e lascia campo libero alla criminalità organizzata, è un'ulteriore aggravante di questa situazione.

L’attuale Governo non ha voluto affrontare il problema del lavoro dei migranti concedendo solo per le badanti una sanatoria che avrebbe invece come è logico dovuto essere estesa a tutti i lavoratori stranieri. Il fatto poi che sia stato introdotto il reato di clandestinità rende ancora più deboli e ricattabili questi esseri umani, ora più che mai in balia dei loro sfruttatori.

Ora mi rivolgo a te, al nostro segretario, perchè penso che il Partito Democratico abbia il dovere di rappresentare la parte migliore del nostro Paese, quella che rifiuta lo sfruttamento di esseri umani e che chiede rispetto per la loro dignità, che è poi la dignità di tutti noi.

I diritti o sono di tutti o non ci sono per nessuno: nella battaglia degli immigrati di Rosarno si rispecchiano tutte le battaglie per i diritti, la dignità e il lavoro, anche quelle di noi cittadini italiani.

Ritengo doveroso che il Partito si faccia promotore di una grande manifestazione a Rosarno, per catalizzare tutte le forze che dicono NO allo sfruttamento e chiedono con forza che sul territorio calabrese sia ristabilito il controllo e la potestà dello Stato.

Invitiamo anche i sindacati perché questa è una battaglia di lavoratori per rivendicare i loro diritti troppo a lungo negati: forse che la loro condizione di migranti clandestini ne rende lecito lo sfruttamento brutale? Guai a tollerare falle nel sistema dei diritti, perché indeboliamo i diritti di tutti, anche i nostri, anche di coloro che si sentono lontani da quella realtà.

Credo che una manifestazione a Rosarno sarebbe una grande iniziativa in grado di risvegliare le coscienze e di ridare un po' di fiducia anche alle popolazioni locali da troppo tempo costrette a convivere con la paura e l'assenza di legalità, e per questo ormai rassegnate a convivere con il fenomeno malavitoso.

Con stima e rispetto
Sonia Zarino
Presidente dell'Assemblea Regionale del Partito Democratico della Liguria

giovedì 9 luglio 2009

Presidente, non firmi le leggi razziali!

Domani alle ore 18.00, presso la Prefettura di Genova, presidio per chiedere al Presidente Napolitano di non firmare il cosiddetto "pacchetto sicurezza" che contiene provvedimenti dal chiaro sapore razzista e anticostituzionali.

L'Italia non è così! Respingiamo il clima di odio e intolleranza che si vuole creare nei confronti dei migranti, identificando la condizione di clandestinità con quella di illegalità o, peggio, di criminalità.

Chiediamo che a tutti venga data la possibilità di avere il permesso di soggiorno a fronte dell'ottenimento di un regolare contratto di lavoro, evitando così di fornire mano d'opera agli sfruttatori di lavoro nero e alla criminalità organizzata. Questo sarebbe un reale provvedimento in favore della sicurezza, viceversa si favorirà l'ingrossamento delle fila della criminalità e delle persone sfruttate e schiavizzate, facilmente ricattabili a causa della loro condizione di clandestini.

lunedì 6 luglio 2009

Il Paese delle leggi vergogna: dal lodo Schifani al Pacchetto (in)sicurezza

E anche questa è fatta: PdL e Lega si fregano le mani per essere riusciti a portare a casa l’ennesima legge-vergogna, il famoso “pacchetto sicurezza”.

Di sicuro vi è che l’Italia oggi è un paese più ingiusto, dove i deboli e gli sfruttati lo saranno sempre di più: schiavi a buon mercato che per timore della denuncia sopporteranno umiliazioni e ingiustizie ancora più pesanti inflitte da caporali senza scrupoli o magari da cittadini dall’apparenza perbene.

Schiavi cui però molti non vogliono rinunciare, e magari vi è chi promuove la crociata contro gli stranieri che “rubano il lavoro” ma che poi si guarderebbe bene dall’ assumere regolarmente un italiano e preferisce sottopagare in nero un extracomunitario clandestino, che fa meno storie e se protesta lo si caccia via, anzi, da oggi lo si può pure denunciare.

E’ tanta l’ipocrisia con cui il tema della sicurezza è stato cavalcato dal centro-destra in questi ultimi anni di perpetua campagna elettorale: brutti, sporchi e cattivi, gli extracomunitari si sono rivelati il perfetto capro espiatorio. Perfetto per sviare l’attenzione della gente dalle leggi ad personam, dagli scandali grandi e piccoli, dalla mancanza di idee che il Governo rivela nell’affrontare la crisi economica.

Sei disoccupato? Colpa degli stranieri! Ti hanno rubato in casa? Colpa degli stranieri! Le banche ti hanno venduto titoli spazzatura? La tua azienda ti ha licenziato perché costi troppo? Beh, che c’entra…d’altronde, se non te la puoi prendere con i poteri forti, almeno ti puoi rifare su qualcuno più sfigato di te!

A poco servono le statistiche che dicono come, ad esempio, la vera violenza sulle donne si consuma tra le pareti domestiche ad opera di parenti e amici, o che mafia e camorra sono la prima industria italiana, così come il sommerso e il lavoro nero sono il vero cancro che rode l’economia italiana e che senza ricerca e formazione non si andrà da nessuna parte.

Certo, per risolvere questi problemi occorre avere una visione dello Stato e della responsabilità civile che molti dei nostri rappresentanti che fanno parte della maggioranza di Governo non possiedono neppure in minima misura, poiché essi neppure concepiscono la Cosa Pubblica, e le regole che servono a farla funzionare per il bene comune.

Si fanno leggi severissime al punto da colpire i matrimoni misti o i ricongiungimenti familiari dei poveri cristi mentre poi le “alte cariche” dello Stato, invece che dare l’esempio di rispetto delle leggi, si fanno approvare leggi che li rendono immuni anche se commettessero i crimini più efferati.

Il procuratore aggiunto di Torino, Bruno Tinti, nel 2007 ebbe a dire, parlando della giustizia italiana: “Siamo un’azienda tarata per operare nei confronti di una parte specifica dei cittadini e dei non cittadini, anche degli extracomunitari. Comunque gli ultimi, i più indifesi. Quelli che commettono reati caratteristici di questa fascia della popolazione. Con gli altri, con quelli che commettono i reati tipici del vertice della società, quindi corruzioni, falsi in bilancio, reati fallimentari, con questi altri ci si mette d’accordo”.

E anche:
“La causa di tutto è l’insofferenza per il controllo di legalità da parte della classe dirigente del Paese. E’ questo che ha contribuito a creare un sistema giudiziario che ha queste caratteristiche. Perché è evidente che una giustizia razionale, efficiente e rapida può intervenire in maniera incisiva sui comportamenti delittuosi non solo degli ultimi, di chi ruba il formaggio al supermercato, ma anche dei vertici del Paese. E’ assolutamente indiscutibile; basta aprire un qualsiasi giornale alla cronaca giudiziaria, politica, culturale che fa seguito agli eventi di spicco che periodicamente si verificano nel nostro Paese per vedere delle reazioni micidiali da parte della classe dirigente e, in particolare, della classe politica all’ipotesi di essere in qualche modo coinvolti in un’inchiesta giudiziaria.”

Il tema delle regole è troppo importante per lasciarlo in mano a chi dimostra, ogni giorno, di disprezzarne lo spirito e la lettera, calpestando quel principio per cui la legge è uguale per tutti. Le regole sono la garanzia del vivere civile, e vanno fatte in modo giusto, seguendo la Costituzione, per poi essere fatte rispettare dopo, ma da tutti. Se si spezza questo meccanismo, è la barbarie, è la legge del più forte, è il ritorno all’inciviltà e alla prevaricazione. Sarà un caso che con il recente “pacchetto sicurezza” sono state introdotte anche le ronde, con tanto di simboli pseudo-fascisti? E queste sarebbero le ronde di tranquilli cittadini in grado di portare maggiore sicurezza nella popolazione?

domenica 17 maggio 2009

DISOBBEDISCO

La Camera dei Deputati ha approvato il primo dei tre maxiemendamenti al disegno di legge in materia di sicurezza, quello che riguarda l’immigrazione.

La maggioranza dei Deputati ha approvato norme che introducono il reato di clandestinità per chi entra o soggiorna illegalmente in Italia, che rendono legali le ronde, che vietano alle straniere irregolari senza passaporto di riconoscere i propri figli, che aumentano a sei i mesi di permanenza nei centri d’identificazione ed espulsione.

Con l’introduzione del reato di clandestinità, in particolare, tutti gli stranieri senza permesso di soggiorno rischiano di perdere i più semplici diritti fondamentali, come l’iscrizione all’anagrafe dei figli, mandarli a scuola, farsi curare da un medico e la possibilità di sposarsi.

Nella speranza che il popolo italiano insorga contro misure definibili, senza alcun dubbio, discriminatorie e xenofobe, io, cittadino della Repubblica Italiana, dichiaro, a chiare lettere e sin da ora, di non riconoscere questi provvedimenti approvati dal Parlamento italiano e la mia intenzione di disobbedire a tali norme ogni qualvolta si presenterà l’occasione.

Disobbedisco e disobbedirò perché credo nella Costituzione italiana, la quale, nell’articolo 2, “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo” - e quindi non solo dei cittadini di nazionalità italiana - e dichiara, nell’articolo 3, che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”.

Disobbedisco e disobbedirò perché il governo italiano e la maggioranza parlamentare che lo sostiene, proponendo e approvando tali norme, hanno compiuto un atto di barbarie che, disprezzando i diritti dell’essere umano, offendono la coscienza dell’umanità. Disobbedisco e disobbedirò perché ripudio la violenza. Perché ritengo che ogni qualvolta si neghi l’umanità dell’altro, come inevitabilmente succederà con l’applicazione di questo disegno di legge, si sta compiendo un atto di violenza.

Disobbedisco e disobbedirò perché voglio vivere e voglio scegliere in che condizioni vivere. Perché non è possibile non scegliere: nessuno può evitare di scegliere e la non scelta tra condizioni è comunque una scelta. Disobbedisco e disobbedirò perché tutti devono avere il diritto di affermare la propria intenzionalità. Intenzionalità negata, ora, anche per legge da chi, semplicemente perché nato e cresciuto nel benessere, si costituisce a pieno titolo oppressore e discriminatore.

Disobbedisco e disobbedirò, infine, perché la lotta per l’umanizzazione di questo paese e del mondo e per la liberazione dell’essere umano continuerà, da ora in poi, con più forza. Perché non c’è nulla che obblighi un essere umano ad accettare un altro essere umano al di sopra di sé.

domenica 1 febbraio 2009

Appello per il diritto all'assistenza sanitaria

Un invito a firmare (utilizzando il link sotto indicato) un importante appello di Medici Senza Frontiere e altre organizzazioni per chiedere ai Senatori di respingere l'emendamento che elimina il principio di nonsegnalazione alle autorità per gli immigrati irregolari che si rivolgono a una struttura sanitaria.

martedì 26 agosto 2008

Clandestini nel suo capannone: nei guai un assessore leghista

da L'Unità del 22 agosto 2008
Predicano bene, ma razzolano molto male. I leghisti urlano contro l'immigrazione clandestina e nel frattempo sfruttano gli stessi immigrati per arricchirsi.
Faceva così anche Roberto Zanetti, assessore della Lega alle Attività produttive e presidente degli artigiani di Cartigliano, comune in provincia di Vicenza. Nel capannone di sua proprietà la Guardia di Finanza di Bassano del Grappa ha scoperto un laboratorio di confezionamento di abbigliamento con nove cinesi costretti a lavorare in condizioni pietose.
L'assessore adesso cerca di difendersi dicendosi sconcertato. «Questa storia mi toglie 10 anni di vita, io non ne sapevo niente».
Dopo aver effettuato una serie di controlli nei giorni precedenti, i finanzieri della Compagnia di Bassano sono entrati in azione all'una di notte di mercoledì. Nell'immobile c'erano 9 asiatici. A finire in manette sono state la donna cinese che gestiva il laboratorio, immigrata regolarmente in Italia, e due operai sui quali pendeva già un provvedimento di espulsione, arrestati per violazione della legge (pensa un po') Bossi-Fini. Tre erano regolari, di altri tre non avevano documenti.
Gli operai lavoravano giorno e notte in mezzo a puzza e rumore. Ma nel capannone erano completamente segregati dormendo in due stanzette nascoste dietro un armadio con un solo e lurido wc. Gli otto vivevano come schiavi: lavoravano tutta la notte, non uscivano mai. La "direttrice", almeno, aveva una camera tutta per sè.
«Quando siamo arrivati hanno iniziato a correre e a gridare, ma la cosa che ci ha colpito di più - spiega il capitano Danilo Toma della compagnia di Bassano del Grappa - è stato il doppio fondo che abbiamo trovato su un muro. Da una botola si accedeva alle stanze, di cui una piccolissima, pochi metri quadri con i letti ammassati e un puzzo incredibile».
Per quanto riguarda la posizione dell'assessore, il capitano spiega: «Come il fratello, al momento non è indagato, anche perché il contratto di affitto era regolare». Difficile però credere che la famiglia Zanetti non fosse al corrente di cosa stesse accadendo nel capannone. «La casa dei Zanetti dista poche centinaia di metri», osserva il capitano. In più, non è la prima volta che nel profondo Nord est leghista vengono scoperti laboratori clandestini: «Di casi simili anche in zona ne abbiamo scoperti parecchi», ricorda il capitano.
Zanetti da parte sua cerca di difendesi. «La cinese titolare - spiega Roberto Zanetti - era venuta da noi la scorsa primavera; era stata costretta ad abbandonare la precedente sede, ne cercava un'altra e aveva saputo del nostro capannone. Era iscritta alla Camera di Commercio e, a quanto ci constava, i suoi dipendenti erano a posto con il permesso di soggiorno. Insomma, sembrava tutto in regola e abbiamo perfezionato la locazione, alla luce del sole».
Peccato che "alla luce del sole" però non lavorassero i cinesi. E Zanetti ne era al corrente. «Parevano invisibili - continua l'assessore vicentino - lavoravano di notte, come formiche, non disturbavano. Cosa combinassero là dentro, non lo sapevamo: avevano messo subito le tende alle finestre e non aprivano a nessuno. Consideravamo l'affitto che ci pagavano una sorta di compensazione: in fondo, è proprio per colpa della Cina che abbiamo cessato la nostra attività originaria».
È rimasto «sorpreso e sconcertato» anche il sindaco leghista di Cartigliano, Germano Racchella, nell'apprendere che il capannone dove è stato scoperto un laboratorio cinese clandestino è di proprietà di un suo assessore. «Una bella mazzata - commenta il primo cittadino - Sono sorpreso più come leghista che come sindaco», dice orgogliosamente. Racchella non ha ancora sentito il suo assessore e collega di partito Roberto Zanetti e non lo farà prima di sera. «Ho convocato una riunione - spiega il sindaco - vedremo cosa uscirà dall'incontro».

lunedì 7 maggio 2007

La legalità, uno dei temi forti per il futuro

da Repubblica, 07/05/07

"la cultura della legalità (a ogni livello - qui il discorso sarebbe lungo) è ciò di cui abbiamo più bisogno per evidenti ragioni di giustizia. Non si possono lasciare impegni così delicati alla destra che li assolverebbe a modo suo, con brutalità cieca anche senza arrivare alle cannonate che qualcuno minacciava tempo fa. È la sinistra che deve farsene carico ed è un carico pesante, forse il compito più difficile che oggi debba affrontare. Bisogna cominciare a dirlo con parole forti e chiare, con lucidità di visione, con il coraggio di chi sa innovare, prima che la denuncia del signor Claudio Poverini venga sommersa nel caos di episodi sempre più frequenti di rigetto, di intolleranza. Perché a quel punto la battaglia l'avrebbero persa tutti, gli immigrati e i cittadini. Corrado Augias

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