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giovedì 16 febbraio 2012

L'attacco all'art. 18: un modo per sviare l'attenzione dai veri problemi

L’attacco all’art. 18 è motivato del tutto falsamente con l’affermazione che il non poter licenziare un lavoratore in mancanza di una giusta causa, sarebbe un freno all’investimento da parte degli imprenditori italiani e stranieri. Io penso che affermare ciò sia falso poiché da anni i maggiori economisti e anche molti imprenditori affermano che i veri freni allo sviluppo e all’investimento nelle attività economiche in Italia siano ben altri. Ne citiamo alcuni tra i più noti:

  1. la corruzione. Secondo una ben nota classifica, l’Italia figura tra i paesi più corrotti al mondo, piazzandosi agli ultimi posti, dove figurano anche i paesi più colpiti dalla crisi, come la Grecia. La ricerca non ha solo un valore statistico. Stilata ormai dal 1995 la classifica viene letta con grande attenzione sia dagli economisti che dai più grandi investitori.

  1. un altro fattore di grave handicap per l’economia italiana è costituito dalla crisi della liquidità e dal ritardo nei pagamenti che mettono in difficoltà le imprese e provocano ulteriori ostacoli nell’accesso al credito. Una situazione grave, tanto che l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha definito in via di deterioramento le condizioni globali del credito in Italia.
    Secondo una ricerca della CGIA di Mestre il 51,3% delle micro imprese italiane che si sono rivolte a una banca negli ultimi tre mesi ha denunciato un aumento delle difficoltà reali nell'accesso al credito. E il 37% delle micro imprese italiane ha accusato un peggioramento dei rapporti con il sistema bancario.

  1. la burocrazia è un altro fattore che ostacola gli investimenti da parte soprattutto degli imprenditori stranieri, non avvezzi ai barocchismi nostrani in fatto di procedure. Un’altra ricerca, rivolta a 500 imprenditori stranieri in Italia e realizzata dalla Fondazione Leone Moresca, indicano anche lo snellimento della burocrazia tra gli interventi prioritari da eseguirsi in Italia.

  1. l’eccessivo carico fiscale sulle attività economiche imprenditoriali

  1. la quota impressionante di economia sommersa che fa concorrenza sleale agli imprenditori onesti

  1. il deficit infrastrutturale del sistema paese: miliardi buttati per opere straordinarie ed inutili mentre non si riesce ad impostare una politica di lungo periodo che individui gli assi strategici dello sviluppo.

E poi ci vengono a dire che il problema sta in quell’articolo 18 che è una tutela a garanzia della dignità del lavoro? No, questa è solo una mistificazione, da respingere con forza al mittente. Chi deve agire seriamente, lo faccia intervenendo sui veri fattori che impediscono la competitività dell’Italia rispetto agli altri Paesi, e non agiti, per favore, degli argomenti pretestuosi che servono solo a sviare l’attenzione del vero problema. Da un Governo tecnico e di alto profilo, non sarebbe questa la risposta che tutti ci attendiamo.

venerdì 9 aprile 2010

Immigrati: sfatare i miti dell’ideologia leghista

Alcuni punti per visualizzare il tema dell'immigrazione, che da troppo tempo è diventato un feticcio strumentalizzato dalla destra. Anche la sinistra, va detto, ha spesso affrontato la cosa in modo ideologico, senza scendere nel merito dell'analisi concreta dei problemi, e questo ha permesso all'ideologia contrapposta della destra di guadagnare terreno.

  1. L’immigrazione usata come mito negativo e valvola di sfogo circa le paure dovute a crisi economica e sociale;

  2. E’ uno schema vecchio ma sempre efficace scaricare i problemi e le paure su capri espiatori, specie se sono soggetti deboli;

  3. Non dobbiamo tuttavia sottovalutare l’immediatezza e la facile presa del rozzo ma chiaro messaggio leghista sulla popolazione, che in preda alla crisi economica e alla mancanza di prospettive certe per il futuro si aggrappa alle facili ricette proposte dalla Lega;

  4. Gli immigrati costituiscono un capro espiatorio ideale che dispensano tutti dal cercare le vere cause della crisi in atto, causata in buona parte dal peso eccessivo che la finanza ha acquisito rispetto alla ricchezza prodotta dal lavoro e dallo spostamento delle attività produttive a basso valore aggiunto nei paesi emergenti;

  5. Dobbiamo battere questa vera e propria ideologia sul suo stesso terreno, quello della concretezza delle analisi e delle proposte;

  6. Dobbiamo usare anche noi un linguaggio semplice e chiaro, ma per veicolare messaggi in grado di spiegare la realtà delle cose e proporre le nostre alternative dimostrando di saper affrontare i problemi relativi alla crisi economica in modo più efficace;

  7. Non dobbiamo aver paura di dire che l’immigrazione non è dannosa, e che non ruba lavoro, se la si sa gestire secondo regole ben precise, che vanno a vantaggio di tutti noi e a svantaggio di coloro che, sfruttando il lavoro nero, inquinano il mercato del lavoro e rendono tutti i lavoratori più deboli e ricattabili;

  8. Il trend demografico è, a detta dei maggiori esperti, particolarmente negativo per l’Italia, tanto che nei prossimi anni i nuovi nati italiani non riusciranno ad invertirlo, e questo contando anche i nati dalle famiglie degli immigrati;

  9. Inoltre l’invecchiamento della popolazione renderà sempre più difficile mantenere in equilibrio lo stato sociale, e verranno messe a rischio le conquiste basilari come la sanità per tutti, il sistema pensionistico, l’assistenza agli anziani;

  10. non ci saranno abbastanza giovani che lavorano regolarmente e pagano tasse e contributi tali da assicurare lo stato sociale così come oggi lo conosciamo;

  11. Massimo Livi Bacci, uno dei maggiori esperti di demografia e senatore del PD, fa notare che gli immigrati regolarmente iscritti all'Inps costano al sistema previdenziale meno degli italiani e cominceranno a ricevere benefici solo tra venti-trent'anni. In altra parole, attualmente danno più di quel che ricevono, anche in ragione della giovane età che richiede un ricorso minore alle cure mediche che gravano moltissimo sulle risorse regionali;

  12. ecco alcuni motivi facilmente comprensibili per i quali dobbiamo auspicare che vi siano immigrati che vengono in Italia e che vi lavorino essendo messi in regola;

  13. certo questo presuppone anche che vi siano politiche in grado di risollevare il paese dalla crisi economica, cosa che attualmente non sta avvenendo;

  14. resta così molto più semplice scaricare i problemi sugli immigrati, ignorando volutamente che essi potrebbero invece contribuire a risolverli;

  15. i lavoratori immigrati, sfruttati e ricattati grazie alle leggi attuali, sono così obbligati ad accettare di lavorare in nero, a volte praticamente in schiavitù sotto pena di denuncia se clandestini. Questa situazione fa sì che, non per colpa loro, si crei una condizione di concorrenza sleale nei confronti dei cittadini regolari, poiché difficilmente un imprenditore disonesto assumerà un cittadino regolare, con tutti gli oneri connessi, se può servirsi di una mano d’opera facilmente ricattabile e a prezzi così bassi. Tale comportamento penalizza anche gli imprenditori onesti, nei confronti dei quali realizza ancora una concorrenza sleale.

  16. Questa situazione penalizza così sia i lavoratori sia gli imprenditori onesti, ecco quindi sfatato il mito proposto da Lega e centro-destra in genere sul tema dell’immigrazione

martedì 16 marzo 2010

PERCHÉ L'ITALIA HA BISOGNO DI WOMENOMICS

Daniela Del Boca 16.03.2010

Tradizionalmente l'auspicio di una maggiore integrazione delle donne nel mondo del lavoro si fonda su principi di equità. Ora alcuni saggi sostengono che la valorizzazione delle donne risponde anche a criteri di efficienza economica. Un approccio particolarmente interessante per l'Italia, dove la partecipazione femminile è assai scarsa, le donne difficilmente arrivano ai vertici di aziende e istituzioni e anche la fertilità è bassa. Politiche e interventi che sostengano le scelte di lavoro e di famiglia possono far bene anche al nostro Pil.


Nell’ultima settimana sono usciti due libri dal titolo molto simile: Rivoluzione Womenomics e Womenomics. (1)Di che cosa si tratta?

DONNE ED ECONOMIA
La womenomics è stata introdotta da Kathy Matsui, analista di Goldman Sachs, e ripresa dall’Economist per definire la tesi che motiva l’esigenza di una maggior integrazione delle donne nell’economia non in base solo aprincipi di equità, ma anche in base a principi di efficienza economica.

Fino a qualche anno fa, la maggior parte degli interventi a favore di una maggiore integrazione delle donne nel mondo del lavoro si appellava ai principi di equità. Integrare e valorizzare le donne andava fatto perché era giusto. Ora, con questo e altri saggi e con interventi recenti che ne condividono l’approccio, si cambia il punto di vista. (2)Una maggiore integrazione e valorizzazione delle donne non risponde solo a principi di equità, ma risponde anche a criteri di efficienza economica.

Lo studio di Matsui si concentrava soprattutto sull’economia giapponese, da tempo in declino e caratterizzata da una partecipazione delle donne al lavoro e da una loro presenza nei ruoli direttivi tra le più basse fra i paesi sviluppati. Il Giappone è molto simile all’Italia. In ambedue i paesi troviamo insieme alla scarsa partecipazione femminile al lavoro, una bassa natalità e un forte ristagno economico. L’Italia è, in Europa, tra i paesi con i risultati peggiori in termini di differenziali di genere, in particolare con riferimento a lavoro e politica. Questo evidenzierebbe, specialmente per il nostro paese, un potenziale di crescita che un maggiore e migliore impiego delle capacità femminili consentirebbe di mettere a frutto. Chiudere il gap tra presenza maschile e femminile nel mondo del lavoro contribuirebbe anche ad alleviare il problema pressante della sostenibilità delle pensioni: l’aumento del numero degli occupati fra le persone in età lavorativa, infatti, ridurrebbe il cosiddetto “rapporto di dipendenza”, ossia quello fra pensionati e lavoratori.

IL CASO ITALIA
Un approccio di questo tipo è particolarmente importante per l’Italia, soprattutto in una fase in cui la posizione delle donne sembra peggiorare invece di migliorare. Secondo i dati Istat 2009, non solo il tasso di partecipazione femminile fermo nell’ultimo decennio al 46 per cento è in lieve diminuzione, ma anche il tasso di disoccupazione scende, soprattutto nelle regioni del Sud, un segnale di scoraggiamento e rinuncia. Il Gender Gap Index 2009 vede l’Italia al settantaduesimo posto, in caduta rispetto alle posizioni degli anni precedenti. Tra le donne, l’incidenza del precariato è cresciuta ed è oggi di più del 20 per cento, il doppio dei maschi. I tassi di natalità restano bassissimi e in lieve discesa negli ultimi due anni, mentre la povertà è in crescita tra le famiglie monoreddito: oggi i monoreddito sono il 72 per cento del quintile più basso e il 10 per cento del quintile più alto. Infine, le donne italiane sono meno rappresentate politicamente e meno rappresentate ai vertici delle istituzioni e delle carriere rispetto ad altri paesi. Secondo le statistiche della Commissione europea, il nostro paese è ventinovesimo (su trentatre censiti) per numero di donne presenti nei consigli d’amministrazione delle società quotate in borsa.

La composizione dei consigli d’amministrazione delle società del Mib30 mostra che su 466 cariche consiliari, soltanto undici sono ricoperte da donne. Eppure, anche in Italia le donne mostrano in vario modo il loro desiderio di investire nel lavoro. Come nella maggior parte dei paesi sviluppati, i tassi di istruzione femminili sono più alti di quelli maschili, le ragazze escono con voti migliori e arrivano ai titoli di studio in un tempo più breve. Escono anche prima dalla famiglia d’origine: almeno due-tre anni in media prima dei coetanei maschi. Se a metà degli anni Novanta le donne italiane intorno ai trent’anni che avevano già formato una unione di coppia erano circa il 65 per cento, nel 2009 quel valore è sceso a un terzo, uno dei più bassi d’Europa, mentre l’età media alla nascita ha superato 30 anni, una delle più alte d’Europa. Tutto ciò è segno dell’impegno e del desiderio delle donne di partecipare in modo attivo e continuativo al mercato del lavoro, ma anche del caro prezzo che stanno pagando. Perché allora le imprese non cercano di sfruttare di più questo capitale umano e questo potenziale di lavoro altamente qualificato? Non solo le ricerche macro mostrano una relazione tra occupazione femminile e crescita economica, le ricerche micro mostrano che sono proprio i gruppi di lavoro “misti” a essere più produttivi dei gruppi tutti maschili o tutti femminili. (3) Se nella maggior parte delle imprese, ma - aggiungiamo noi - anche nella maggior parte delle istituzioni, i comitati esecutivi e i consigli d’amministrazione sono formati esclusivamente da maschi fra i 50 e i 65 anni, il reclutamento e le progressioni di carriera femminili seguono i criteri del genere dominante e sono basati su quella cultura e quel linguaggio. Tuttavia, aggiungiamo ancora noi, l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro è stato anche il risultato di una “mascolinizzazione” dei modelli femminili, mentre niente di analogo è avvenuto nei modelli di carriera e negli stili di leadership maschili. Da un lato, le culture aziendali sono rimaste caratterizzate da modelli, da stili e da tempi di lavoro “maschili”, anche quando le imprese hanno cominciato a popolarsi di schiere di personale femminile. Dall’altro, come mostrano i confronti internazionali, alla crescita della partecipazione al lavoro femminile è corrisposta una scarsa o nulla crescita della partecipazione degli uomini al lavoro domestico e di cura dei figli anche quando le donne lavorano con orari simili e in particolare in Italia. In questo quadro è importante cercare di rendere le politiche di conciliazione, part-time e congedi di genitorialità, più gender-neutral. Servono cioè politiche o interventi che sostengano le scelte di lavoro e di famiglia di uomini e donne. Nei paesi scandinavi e in Francia, le politiche pubbliche sostengono uomini e donne che lavorano: i congedi non troppo lunghi sono fruibili da ambedue i genitori, anche part time, sono stati introdotti servizi di vario genere e tipologia per i genitori, è previsto il telelavoro da casa, sempre per ambedue i genitori. E in quei paesi, la partecipazione femminile al mercato del lavoro e la fertilità sono più alte che nel resto d’Europa.

(1) A. Wittenberg-Cox e A Maitland Rivoluzione Womenomics, Il Sole 24Ore, 2010 eClaire Shipman eKatty KayWomenomics, Cairo 2010.

(2) Ferrera M. Il fattore D, Mondatori 2007

(3)Come mostrano i calcoli di una ricerca di Goldman Sachs citata in Rivoluzione Womenomics, colmare il gap occupazionale di genere potrebbe produrre incrementi del Pil del 13 per cento nell’Eurozona, del 16 per cento in Giappone e ben del 22 per cento in Italia.

venerdì 29 gennaio 2010

Di cosa è fatta la ripresa degli USA

di Maurizio Blondet

Non c’è bisogno di parole per spiegare questa tabella, che indica le consegne di beni durevoli in USA. Solo il settore militare prospera (+15%), grazie alla «domanda» del Pentagono. Tutti gli altri settori industriali e civili sono crollati tragicamente: da -18 per le macchine utensili e i computers, a -30 per le auto, ad un abissale -33 per le industrie avanzate di semiconduttori (microchips) e i materiali per telecomunicazioni. Ancora più tragico il collasso degli ordinativi, che indicano la situazione nel prossimo futuro: -44 la domanda di metalli primari, -65 la domanda di nuovi aerei per uso civile.

domenica 14 giugno 2009

Il ruolo delle Province nelle azioni di contrasto alla crisi in una prospettiva di sviluppo territoriale

Concertazione con Regioni e soggetti locali, supporto a imprese e famiglie, formazione, investimenti pubblici con funzione anticiclica: gli interventi delle amministrazioni provinciali per sostenere il Paese

Roma, 28 maggio 2009 – Se in Italia la crisi sta avendo effetti più attenuati rispetto agli altri Paesi, uno dei meriti è dell’articolazione locale del sistema istituzionale ed economico, con poli territoriali in grado di intervenire prima e con maggiore efficacia nella gestione della crisi. In questo primo semestre, le Province italiane hanno predisposto iniziative, programmi, interventi a breve, medio e lungo termine per contrastarne gli effetti sui territori. L’indagine del Censis, promossa dall’Upi, delinea un quadro complessivo delle strategie partendo da una serie di casi provinciali rappresentativi.

Risposte locali a una crisi globale. Dall’indagine emerge che le Province rappresentano oggi un soggetto di responsabilità istituzionale particolarmente idoneo a fronteggiare la crisi, in grado di mettere in campo strumenti utili a sostenere dal basso il rilancio del sistema-Paese partendo proprio dalle esigenze differenziate dei singoli territori.

La programmazione di medio periodo e i processi concertativi. Un primo ambito d’intervento riguarda l’avvio o il rafforzamento di processi di concertazione sia «in alto» (con le Regioni) che «in basso» (con tutti i soggetti attivi nel territorio di competenza, dagli enti locali alle Camere di commercio, alle organizzazioni di rappresentanza d’impresa e del lavoro). Gli obiettivi sono numerosi: vanno dai tavoli di concertazione per individuare le situazioni di maggiore rischio, fino alle intese programmatiche finalizzate a razionalizzare l’impegno ed eliminare duplicazioni degli interventi.

Il sostegno alle imprese. Altre azioni sono rivolte ai soggetti economici in difficoltà, e sono modulate sulle caratteristiche specifiche del tessuto produttivo locale e sulle modalità con cui la crisi attuale lo sta colpendo. L’elemento di maggiore criticità – soprattutto del Nord industriale – viene individuato nella difficoltà di accesso al credito per le imprese. Per ovviare a questo problema, le Province hanno creato fondi finalizzati ad aumentare le garanzie al credito, ridurre i tassi praticati dalle banche, intervenire nella rinegoziazione dei prestiti. E si rafforzano anche gli interventi, spesso affidati ad incubatori già esistenti, per la creazione e il tutoraggio di nuove microimprese.

La formazione. Si va dall’analisi dei fabbisogni formativi e di riqualificazione, ad azioni formative vere e proprie (attuate con le risorse della precedente programmazione comunitaria del Fse o messe in programma con la nuova stagione di programmazione 2007-2011), fino alla creazione di agenzie formative provinciali dotate di autonomia di gestione. In alcuni casi, alla formazione per lavoratori disoccupati o lavoratori atipici viene collegato un «premio» per le imprese che procederanno ad assunzioni a tempo indeterminato.

Gli interventi sul sistema del welfare. Si concentrano sui lavoratori in difficoltà con misure quali: l’attività di mediazione tra Inps e banche locali per l’anticipo della Cig; il sostegno alle famiglie dei lavoratori colpiti da licenziamento (ad esempio, tramite accordi con gli istituti di credito per il blocco delle rate dei mutui); fondi di sostegno per i lavoratori privi di ammortizzatori sociali; sconti e agevolazioni destinati alle famiglie colpite dalla crisi, come la «family card» locale; azioni contro l’usura per famiglie e imprese basate su meccanismi di defiscalizzazione.

Gli investimenti pubblici con funzione anticiclica. Gli interventi più ricorrenti riguardano la manutenzione straordinaria di strade ed edifici scolastici, ossia il campo elettivo degli investimenti provinciali. Le Province sono tuttavia presenti anche nella riqualificazione urbana, nella difesa del suolo, negli investimenti sul settore idrico e sulla viabilità ciclabile. Ulteriori sforzi attengono gli impegni per il pagamento puntuale dei fornitori e gli accordi di programma per il coordinamento degli interventi in capo ai singoli Comuni.

I vincoli e le difficoltà. Le tante soluzioni adottate dalle Province sono soggette a due vincoli: la difficoltà di programmare gli investimenti a causa del patto di stabilità che, anno dopo anno, interviene con regole diverse sulla gestione amministrativa e contabile degli enti; l’impossibilità di svincolare dal patto di stabilità anche le risorse presenti in cassa, che potrebbero essere destinate al pagamento degli stati di avanzamento dei lavori affidati e all’avvio di nuovi interventi. Molte Province dichiarano di aver approvato ambiziosi Piani triennali delle opere pubbliche che rischiano però di non poter essere concretamente finanziati.

Un programma straordinario di manutenzione. La ricerca del Censis suggerisce di puntare, attraverso l’azione delle Province, su un programma straordinario di manutenzione del Paese, diffuso sul territorio e di semplice gestione amministrativa (può partire nel giro di qualche mese, a differenza delle opere pubbliche infrastrutturali). La manutenzione consente di dare slancio a uno specifico comparto produttivo e occupazionale configurandosi come intervento anticiclico. Potrebbe infatti coinvolgere operatori grandi, medi e piccoli; sollecitare il protagonismo di giovani professionisti, tecnici e strutture terziarie di supporto; garantire ritorni economici per le singole amministrazioni riducendo nei prossimi anni i crescenti costi degli interventi riparativi; rimuovere le aree di degrado migliorando la sicurezza pubblica.

Questi sono alcuni dei principali risultati di una ricerca promossa dall’Upi e realizzata dal Censis, che è stata presentata oggi a Roma, presso la Sala della Pace di Palazzo Valentini, da Giuseppe De Rita, Presidente del Censis, e discussa da Fabio Melilli, Presidente dell’Upi, Nicola Zingaretti, Presidente della Provincia di Roma, con i Presidenti delle Province di Ancona, Asti, Genova, Mantova, Palermo, Treviso, Varese e Viterbo.

giovedì 19 febbraio 2009

Il Pil crolla. E i governi lo riformano

da Il Corriere della Sera 18 febbraio 2009

L' eroe di Rowe
Lo scrittore ha illustrato al Congresso l' uomo ideale del Pil: malato terminale che sta divorziando. Serve ai calcoli più di un marito felice e sano

Ocse, Francia, Canada, Spagna in prima fila per cambiare «Non funziona più come bussola della salute di un sistema»

A scelta, è il momento migliore per riformare le liturgie dell' economia oppure il più sbagliato. Negli ultimi giorni, politici, élite degli esperti e normali cittadini hanno assistito all' autodemolizione di un feticcio contemporaneo: il Pil.

La sua cifra fino a ieri era considerata il riassunto della salute di un intero Paese. Ma agli ultimi dati, il Prodotto interno lordo sta crollando come se quelle che vengono definite «potenze economiche» fossero diventate di colpo altrettante Repubbliche popolari cinesi al contrario. In ritmo annuale, il Pil tedesco va giù di oltre l' 8%, quello dell' Italia del 7%, l' Europa crolla quasi del 6%, gli Stati Uniti del 4% circa e persino la Cina non è più quel che era: secondo il consigliere economico della Casa Bianca Larry Summers, il Pil sta scendendo anche lì.

Con una piroetta, la si definisce in questi casi «crescita negativa». C' è dunque anche qualcosa della favola della volpe e l' uva nella corsa dei governi, da Parigi a Ottawa, da Dublino a Canberra, a dichiarare proprio ora la morte del Pil, cioè l' inadeguatezza del termometro dell' economia. Visto che la febbre non cala, l' istinto della rimozione aiuta. Eppure il Pil come bussola della salute di un sistema per vari aspetti si è dimostrato imperfetto. Esso stima la «crescita» tramite le vendite nette di beni e servizi, istruzione e fatturato della sanità incluso, ma qualcosa non torna. E non solo perché quel dato non coglie l' aumento delle differenze fra i più ricchi e i più poveri.

C' è un paradosso che va anche oltre: in una recente audizione al Congresso Usa, lo scrittore Jonathan Rowe ha così definito il suo «eroe del Pil»: è un malato terminale di cancro impegnato in una costosa causa di divorzio. Un uomo così, con il fatturato che porta a ospedali e studi legali, contribuisce all' economia più di un marito felice e in perfetta salute. L' elenco dell' assurdo in realtà sarebbe anche più lungo. In base ai criteri attuali, fa meglio alla crescita consumare carburante fermi in un ingorgo, magari ammalando di asma da smog i bambini del quartiere, che prendere la metropolitana. Contribuisce maggiormente affidare i propri genitori a un istituto per anziani, che occuparsi personalmente di loro. E avvicina più la ripresa costruire un grande carcere che una piccola scuola dove non ce n' è neanche una. Riempire di cibo-spazzatura la bocca del proprio figlio, anziché parlare con lui, rilancia poi molto meglio l' economia nel prossimo trimestre.

L' America, il Paese dal Pil più vasto e dinamico del dopoguerra, presenta dati fra i peggiori nell' Ocse (ultima dopo Messico e Turchia) quanto a patologie infantili da obesità, oltre a costi sanitari doppi rispetto all' Europa: anche questo è Pil. Proprio il Congresso di Washington, nell' attesa che Barack Obama si impegni su questo fronte, riflette su come vada misurata davvero un' economia e da quali statistiche una società debba trarre autostima o segnali d' allarme.

Lo stesso fanno i governi in Francia, Irlanda, Australia, Spagna, Canada e da ancora più tempo l' Ocse, il club delle prime trenta democrazie capitaliste. In Italia il ministro Giulio Tremonti sostiene che il Pil non fotografa adeguatamente certi punti di forza dell' economia nazionale, dal ruolo del volontariato al risparmio delle famiglie. Senza un quindicennio alle spalle di crescita bassa e diseguaglianze sociali in aumento l' argomento sarebbe ancora più robusto, eppure l' Italia non è sola. Persino il nuovo sovrano del Bhutan, re Khesar, ha lanciato un sondaggio per mettere a punto una nuova misura: la «felicità interna lorda». Un centro di ricerca del regno himalayano sta così raccogliendo questionari su una gran quantità di variabili: incidenza del benessere psicologico, gelosia, frustrazione, disponibilità di tempo libero, salute, educazione, i modelli culturali e la loro tenuta nelle generazioni, qualità della vita comunitaria e in famiglia, tutela e conoscenza dell' ambiente. C' è molta autarchia buddista in tutto questo, ma re Khesar ha trovato un alleato in Nicolas Sarkozy.
Prima ancora della recessione, il presidente francese ha iniziato a prendere sul serio il crescente malumore nell' opinione pubblica verso i dati ufficiali di crescita e inflazione. Nel suo stile, Sarkozy ha creato una nuova «Commissione sulla misurazione delle performance economiche e del progresso sociale» che farà rapporto in aprile. Ci lavorano vari premi Nobel dell' Economia, da Joseph Stiglitz (che la presiede) a Amartya Sen, a Daniel Kahneman. L' italiano Enrico Giovannini, capo-statistico dell' Ocse e da anni animatore degli studi su questi temi, guida il gruppo sulla valutazione dei dati attuali di crescita. Un secondo gruppo lavora sul «Pil verde» e la sostenibilità ambientale, un terzo guidato da Alan Krueger di Princeton su come si misuri la qualità della vita. La commissione, coordinata da Jean-Paul Fitoussi a fianco di Stiglitz, mostrerà che i paradossi non mancano e cercherà di trarne indicazioni. La crescita cinese fa meno impressione se si tiene conto della devastazione dell' ambiente e delle falde, con il 60% delle città ormai spesso senz' acqua. L' estrazione del petrolio consuma risorse della terra, eppure viene stimata come aumento netto del Pil. E la sanità americana contribuisce all' economia meno di quella francese o italiana, non il doppio come oggi, se la si valuta sui risultati (quanti cittadini sono in salute) e non sul fatturato (quanto costa). Giovannini però non critica il Pil, che resta un indicatore valido del dinamismo di un sistema. Non invita a rimuoverne i responsi se sconvenienti.
Si limita ad avvertire che prenderlo per metro del benessere può confondere le idee: «L' eccesso di attenzione a questo dato ci ha fatto perdere di vista alcune fragilità - dice - dando troppa attenzione ai risultati immediati». Così, per esempio, i grandi numeri della crescita americana degli anni scorsi hanno distratto molti dal debito in aumento e dal reddito in calo dei ceti medi. Ma è una tradizione antica: nell' America di fine anni 40, una volta scese le spese militari, comprare beni di consumo era considerato «eroico» e, come atto di patriottismo, anche George W. Bush invitò tutti a fare shopping dopo l' 11 settembre malgrado i debiti. Lo stesso dibattito sul piano Obama di oggi si occupa più di quanto «stimolo» dare al Pil, che esattamente per fare cosa e con quali conseguenze.

Jonathan Rowe sostiene invece che «il futuro conta» e ogni attività che crea reddito subito «dovrebbe essere pesata contro gli oneri che impone ai nostri figli e nipoti». Rowe propone anche di stimare meglio (e meno) l' impatto di alcune voci di fatturato: quelle in beni che danneggiano l' ambiente, quelle incomprimibili come le cartuccie nuove da stampanti «fatte apposta perché sia impossibile riempirle di nuovo dopo il primo uso». Soprattutto, sia Rowe che la commissione Stiglitz puntano ormai a misurare più i risultati che la spesa: un' auto è efficace se produce trasporto e non si limita a consumare benzina in un ingorgo. Forse le mentalità stanno cambiando perché equiparare il Pil al progresso, derivava dalla certezza che chi spendeva sapesse perché lo faceva: è la teoria della razionalità dei mercati, che tendono sempre all' equilibrio. Ma da quando Lehman è crollata e tutti «cresciamo negativi», come fossimo una Cina capovolta, anche il re del Bhutan va abbastanza di moda. Federico Fubini

domenica 21 settembre 2008

J. Stiglitz: la caduta di Wall Strett come la caduta del Muro di Berlino

«La caduta di Wall Street sta al fondamentalismo del mercato come la caduta del Muro di Berlino è stata al comunismo».
Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’Economia.

Dopo la caduta del Comunismo, anche il Liberismo selvaggio mostra tutti i suoi limiti e sembrano lontani i itempi in cui il governo conservatore americano inneggiava al libero (?) mercato quale ricetta salvifica in grado di realizzare i sogni di prosperità e progresso dei cittadini: che ora a gran voce invocano l'intervento dello Stato perchè ponga un argine alla caduta verticale del mercato azionario che sta mandando in fumo i risparmi di milioni di americani, e non solo. Il prezzo da pagare per la società sarà altissimo, mentre i veri speculatori hanno già fiutato il vento e sono ormai al sicuro nei paradisi fiscali, dove hanno messo in salvo i loro "tesori", e dove si apprestano a passare in dorato esilio il resto dell'esistenza.

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