Maroni: “Nessuna sanatoria ma terremo conto delle badanti”.
Questa frase, riportata tra virgolette sulla Repubblica di stamane, domenica 18 maggio, mi ha fatto sorgere alcune riflessioni sul tema dell’immigrazione.
Di tutte le categorie di lavoratori, solo le badanti sono prese in considerazione. Perchè proprio le badanti? Forse perché, essendo donne, sono percepite come meno problematiche, in termini di sicurezza, rispetto agli uomini?
Certo, accudiscono gli anziani che spesso vivono soli e surrogano così le famiglie di origine e i servizi sociali, indubbiamente più costosi per la comunità. In molti casi, sanno prendersi cura degli anziani usando loro un rispetto e un’attenzione che la nostra società ha smarrito nel vortice consumistico che la caratterizza.
Vi sono però molte altre categorie di immigrati clandestini che trovano lavoro ad esempio nell’edilizia e nell’agricoltura, tanto per fare due esempi: perché questi lavoratori non vengono riconosciuti come risorsa per l’economia? Eppure sono tantissimi, ce ne accorgiamo specie quando muoiono nei cantieri.
Che siano una risorsa lo si capisce anche sapendo quanto percepiscono: pochi euro all’ora, sfruttati dai caporali che decidono chi lavora e chi no. Sono inoltre facilmente ricattabili, proprio per la loro condizione di clandestinità: difficile, se non impossibile, in queste condizioni, rivendicare diritti, sicurezza, rispetto delle regole.
E poi, cosa significa nessuna sanatoria? Se riconosco il ruolo di queste categorie all’interno della società italiana, dovrò pure farlo ufficialmente, altrimenti si dovrebbero ipotizzare forme di regolarizzazione per così dire parziali, comportanti magari minori diritti rispetto a quelle classiche…
All’interno del Governo si parla di “straniero risorsa” distinto da “straniero problema”: mi pare una giusta distinzione, però come li si può distinguere, a priori? Ossia, è dimostrato che solo una esigua minoranza di stranieri venga in Italia con il preciso intento di delinquere. La maggior parte di essi arrivano portando il sogno di una vita migliore, e sono pronti a lavorare anche duramente per realizzare quel sogno. Le leggi attuali impediscono però che il lavoratore senza regolare permesso di soggiorno possa essere messo in regola, salvo tornare nel paese d’origine e attendere, anche per mesi, di essere richiamato dal datore di lavoro attraverso la complicata trafila prevista dalla legge.
In queste condizioni, è purtroppo facile che alcuni di essi cadano nella rete della criminalità organizzata, contribuendo così ad aumentare l’insicurezza e il senso di disagio che serpeggia tra la popolazione.
Come trovare soluzione a questo problema? Innanzitutto cambiando l’attuale legge: si potrebbe ad esempio ipotizzare che un immigrato, arrivato con un visto turistico o per studio, avesse un tempo a disposizione (tre mesi, sei mesi, ecc.) per trovare un lavoro regolare. A garanzia della sua sussistenza, dovrebbe aver versato in una banca una somma stabilita per pagare le spese di vitto e alloggio durante il periodo di ricerca del lavoro (è una pratica in uso anche in altri Stati europei, ad esempio nel caso di permessi-studio). A questo punto riceverebbe un permesso temporaneo e potrebbe dedicarsi alla ricerca del lavoro senza timori di essere irregolare, sapendo che una volta trovato il lavoro e firmato il contratto, questo darebbe diritto ad un permesso di lungo periodo.
Nel caso il lavoro non venisse trovato entro il periodo stabilito, l’immigrato dovrebbe tornare in patria, potendo ritentare ad esempio l’anno successivo. In caso non rispettasse queste regole, l’accesso all’Italia gli verrebbe precluso anche in futuro.
Penso che in questo modo si scoraggerebbe lo sfruttamento dei clandestini così come il business dei viaggi della speranza fatti sui gommoni e i barconi che tanti morti hanno già causato nei nostri mari. I denari dati alla mafia dei clandestini verrebbero portati in Italia e utilizzati regolarmente, dando anche dei benefici alla nostra economia.