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domenica 10 ottobre 2010

Idee e progetti per allearsi con l'Italia: Assemblea Nazionale del Partito Democratico

Si è conclusa anche questa Assemblea Nazionale di Varese, un luogo simbolico per dire che il PD sa parlare anche al Nord, perchè è un partito che sa parlare a tutto il Paese, un Paese che non mira a dividere, ma ad unire attorno ad un progetto complessivo che pone il bene comune al centro dell'azione politica.

L'Italia non merita questo governo che l'ha illusa con false promesse, che l'ha spaventata con falsi allarmi o che, al contario, l'ha falsamente rassicurata e ne ha definitivamente bloccato quelle energie che, a parole, diceva di voler liberare. Questo governo ha saputo liberare solo gli istinti peggiori delle cricche, dei faccendieri, degli sfruttatori di lavoro nero: è ora di dire basta e mettere al centro chi, onestamente e rispettando le leggi, lotta ogni giorno con la crisi economica e lavora, studia, fa ricerca. Solo aiutando questa che è la parte migliore della nostra società potremo davvero, tutti insieme, ripartire con un rinnovato patto per l'Italia e sconfiggere, smascherandola, la visione populistica del berlusconismo e del leghismo.

Per questo è necessario chiamare a raccolta tutti coloro che vogliono davvero cambiare pagina, e vogliono per cominciare ridare ai cittadini la possibilità di scegliere direttamente i loro rappresentanti in parlamento. Cambiare la legge elettorale è la priorità in questo momento, ed è giusto allearsi con chi condivide questa priorità. Come ha detto Bersani, occorre "un’alleanza democratica per tutelare le regole del gioco." Quanto al "dopo", si comincia ora a lavorare per unire le forze di centrosinistra che però abbiano "attitudine di governo": non si rifà l'Unione, chiarisce il Segretario.

A Varese abbiamo parlato di questo ma soprattutto di cosa vogliamo fare nei mesi futuri in tema di scuola, trasporto pubblico, immigrazione, economia, fisco, enti locali, quali idee vogliamo portare avanti per parlare all'Italia di futuro. Perchè, come dice la nostra Presidente, Rosy Bindi, "adesso tocca a noi".

martedì 18 maggio 2010

Le parole del PD: Lavoro, valore fondante della nostra democrazia

Alcune riflessioni sul tema del lavoro, in vista dell'Assemblea Nazionale del Partito Democratico del 21-22 maggio.

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Così inizia il documento più importante dell’Italia Repubblicana, la nostra Costituzione.

Queste parole costituiscono la pietra angolare su cui poggia una visione di società che pone il lavoro al centro della costruzione di una repubblica democratica.

Il lavoro non è inteso qui solo come strumento dell’arricchimento individuale, ma come base ontologica dello Stato stesso e del benessere collettivo.

La Costituzione ne riconosce, ne tutela e ne indirizza il valore, ed in particolare:
· il valore economico (il lavoro inteso come mezzo di soddisfazione dei bisogni umani) negli articoli. da 35 a 40;
· il valore sociale (il lavoro inteso come ambito nel quale contribuire al bene comune e ottenere un riconoscimento sociale) nell’articolo 4, che sancisce il diritto/dovere al lavoro;
· il valore personale (inteso come spazio per la valorizzazione del talento individuale e per la realizzazione personale) ancora nell’articolo 4 che tutela le scelte del lavoratore e la sua elevazione formativa e professionale.

E’ attraverso il lavoro che si può concretizzare il patto sociale tra Stato e cittadini, e il benessere sociale diventa così una diretta conseguenza dell’interazione tra la buona amministrazione e lo sviluppo economico del Paese intero.

Il lavoro nella Costituzione è visto anche come strumento di realizzazione della personalità, e questo implica come sia dovuto ad ogni cittadino l’avere garantite pari opportunità di realizzazione in base alle proprie capacità e non grazie a posizioni sociali acquisite senza merito, costituenti perciò un privilegio.

Per questo il lavoro si configura come un diritto di tutti i cittadini, un diritto da rendere effettivo promuovendone le condizioni. Ma il lavoro è anche un dovere: il dovere che ogni cittadino ha di «svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società» (articolo 4).

Il lavoro riveste quindi una duplice valenza, individuale e collettiva, ed è il rapporto tra queste due dimensioni che caratterizza la società: il singolo realizza la propria dimensione civica anche attraverso il lavoro, che diventa mezzo di emancipazione e di promozione sociale resa possibile dalla rimozione di quei vincoli (di censo, di appartenenza sociale, di casta) che negano a tutti i cittadini pari opportunità.

Oggi assistiamo ad una perdita del senso etico del lavoro che non è più fattore di identità e socializzazione, ma un tempo carico di difficoltà e incertezze dove spesso ci si sente soli nell’affrontare i cambiamenti sempre più rapidi e convulsi imposti dal sistema economico detto “globalizzazione”.

Il problema è quindi ritrovare quel senso e riscoprire il valore dell’impegno affinché il lavoro sia di nuovo un luogo primario di crescita per le persone, una dimensione positiva che produce ricchezza individuale e sociale per costruire una nuova partecipazione e promuovere una vera esperienza di cittadinanza attiva.

Occorre capire in che modo restituire al lavoro, e ai lavoratori, quella centralità che la finanza globalizzata ha sottratto loro relegandoli, almeno in apparenza, a ruoli sempre più marginali, dando la scena alla speculazione borsistica piuttosto che ai risultati delle politiche industriali.

La delocalizzazione delle produzioni “di base” ha certo giocato un ruolo fondamentale in questa perdita di peso dell’economia da lavoro, tanto che oggi si parla della Cina come della nuova “fabbrica del mondo”.

Occorre oggi più che mai ripensare il ruolo socio-economico dell’Italia e dell’Europa, e occorre farlo avendo in mente il tipo di società in cui vogliamo vivere. Questo presuppone scelte politiche chiare e azioni efficaci in grado di realizzarle.

Non stupisce che il tema del lavoro sia “la” parola che si impone su tutte le altre, e giustamente Bersani afferma che “il lavoro è un tema collettivo mentre negli anni passati era diventato un fatto domestico".

E’ precisamente da questa osservazione che occorre partire nell’azione da sviluppare per “legare questioni sociali e democrazia”, come dice ancora il Segretario, e ricostruire la trama del tessuto sociale ormai così sfilacciata e resa consunta da anni di retorica liberista e individualista.

Il Censis, nell’ultimo rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese, registra “Il ciclo calante dell’individualismo fai da te”, mentre si fa strada una modalità nuova di intervento comune fra soggetti pubblici, privati e singoli individui, che rimanda a un modello comunitario in cui abbiano più spazio soluzioni personalizzate e il più possibile immediate.

In questa nuova prospettiva il PD ha grandi spazi di fronte a sé che vanno percorsi e interpretati per dare risposte concrete alle domande di futuro della società.


Non abbassare la guardia sui diritti dei lavoratori
I recenti attacchi all’art. 18 dimostrano come la destra continui a perseguire una accentuata deregulation del mercato del lavoro. Dopo l’eliminazione delle misure sulle dimissioni in bianco, le deroghe alle norme e l’indebolimento delle sanzioni sulla sicurezza sul lavoro, la rimozione dei limiti ai contratti a termine, il re-inserimento dei contratti a chiamata, la cancellazione della responsabilità in solido dell’appaltatore con il sub-appaltatore per arginare il lavoro nero, si è tentato nuovamente di smantellare le tutele contro gli ingiusti licenziamenti.
Usando una efficace espressione di Stefano Fassina, “per il ministro Sacconi, i diritti e la retribuzione dei lavoratori sono la variabile compensativa delle inefficienze di sistema e delle rendite corporative accuratamente difese.
Nonostante i tentativi di retorica riformista, è un disegno che guarda al passato più lontano per un mercato del lavoro selvaggio, senza diritti, diametralmente opposto a quanto servirebbe per spingere le nostre attività produttive verso la competizione di qualità.”

Il contratto di lavoro: diritti per tutti, precarietà per nessuno
Indubbiamente l’eccessiva segmentazione del mercato di lavoro, che vede una pletora di tipologie contrattuali, costituisce una anomalia che ha creato e crea disparità di trattamento del tutto ingiustificate tra lavoratori che pure esercitano mansioni analoghe. Quelle che dovevano essere forme di lavoro “flessibile”, giustificate da esigenze puramente temporali e stagionali, si sono trasformate in forme di precariato stabile, grazie alla reiterazione dei contratti che si succedono per mesi e per anni senza mai trasformarsi in contratti stabili. Il risultato è l’anomala crescita dei contratti “atipici” che hanno fortemente distorto il mercato del lavoro italiano e indebolito il sistema previdenziale.

Appare chiaro che è il rapporto di lavoro a tempo indeterminato che deve rappresentare, così come anche stabilito dalla stessa Unione europea, la “normale” forma di impiego. Perciò bisogna ridurre, contestualmente, le forme di lavoro flessibile tornando ai principi introdotti dal governo Prodi con il Protocollo del luglio 2007: cancellazione dello staff leasing, delimitazione del ricorso al lavoro a chiamata e specifiche causali per i contratti a termine.

Il lavoro flessibile dovrebbe inoltre costare molto più del lavoro stabile e il lavoro che da flessibile diventa stabile dovrebbe poter contare su forti incentivi, a differenza di quanto avviene oggi: in Italia costa più il lavoro “stabile” di quello precario, e la flessibilità la pagano i lavoratori, non le imprese che ne usufruiscono.

Quest’ultimo aspetto, in particolare, potrebbe essere la chiave di volta per disincentivare le aziende ad assumere con forme precarie quando più che alla flessibilità puntano al non dover stabilizzare i lavoratori. Così come una prestazione “unitaria” è pagata più di una prestazione “stabile” (si pensi al costo di un abbonamento rispetto al costo di un singolo acquisto) così dev’essere per la flessibilità, che va adeguatamente retribuita compensando il lavoratore con un pagamento orario pari almeno al doppio o al triplo di quello corrisposto al lavoratore “stabile”.

Questo meccanismo, più che un abbassamento verso il basso delle tutele, potrebbe contribuire a diminuire il ricorso delle aziende a forme di lavoro precario.

domenica 8 novembre 2009

Bersani: non credo al partito di un uomo solo, ma a un collettivo di protagonisti



In una bella giornata di sole romano si è svolta a Roma, presso la sede della Nuova Fiera, l'Assemblea Nazionale del Partito Democratico. Giunti da tutta Italia fin dal primo mattino, i delegati si sono ritrovati nei grandi padiglioni per prendere parte, non senza emozione, all'evento che avrebbe sancito, in forma ufficiale, l'elezione di Pier Luigi Bersani a nuovo segretario del PD.

Ci si incontra, ci si ritrova, ci si saluta con affetto: cerco altri delegati dalla Liguria, e trovo quasi subito Margherita Mereto Bosso, segretaria dei Giovani genovesi. E gli altri? Siamo tanti, non è semplice ritrovarsi nella moltitudine. Entriamo percorrendo i lunghi camminamenti che ci portano ai padiglioni dedicati all'evento, sono davvero grandi, allestiti con una sobrietà che ci piace: il pavimento è un unico immenso tappeto rosso fuoco, che fa risaltare ancora di più il biancore della grande architettura industriale.

Ci accreditiamo, e ritirata la delega per le votazioni passiamo nel padiglione dedicato ai lavori dell'Assemblea. C'è già parecchio movimento, incontriamo Roberta Pinotti che ci saluta con affetto. Iniziano ad arrivare anche alcuni altri volti "noti": Ermete Realacci, Enzo Bianco, David Sassoli...vedo Mercedes Bresso e la saluto complimentandomi con lei per la determinazione con cui ha deciso di fare le gare per il trasporto ferroviario in Piemonte: "lunedì partono" è la risposta.
Più tardi incontreremo anche Mario Tullo, con il quale non manchiamo di parlare (anche oggi!) di porti e trasporti.

Troviamo posto proprio davanti al podio, qualche fila dietro i posti "riservati".

Prende la parola Maurizio Migliavacca e dopo un breve saluto e ringraziamento a tutti coloro che con la loro opera di volontari hanno reso possibile lo svolgimento del Congresso, annuncia i risultati ufficiali delle Primarie, che confermando quanto già i Circoli avevano detto, proclamano Bersani nuovo segretario del Partito Democratico:
Bersani 1.603.531 voti pari al 53,15 %;
Franceschini 1.035.026 voti pari al 34,31%;
Marino 378.211 voti pari al 12,54%.
Hanno votato in tutto 3.067.821 persone.

Bersani è il nuovo Segretario del Partito Democratico, l'applauso è unanime e quasi liberatorio, anche se non vi era nessuna sorpresa: tutti in piedi a salutare, insieme al nuovo segretario, la fine del lungo Congresso e il ritorno a tempo pieno all'azione politica.

Bersani ha preso la parola e si è rivolto al paese e al partito con un discorso concreto e denso di proposte, dalla crisi economica alle riforme istituzionali. «Ho detto più volte», ha esordito Bersani, «che non credo al partito di un uomo solo, ma a un collettivo di protagonisti. So bene che questo collettivo deve avere forme contemporanee, e rinunciarvi sarebbe regredire. Mi rivolgo a voi non come ci si rivolge a una folla ma come ci si rivolge al gruppo dirigente di un partito, corresponsabile di questa avventura. Per preparare l'alternativa». "Per l'alternativa", infatti, è proprio lo slogan che campeggia nel padiglione 13 della Fiera di Roma. Un'alternativa che passa dal ripudio del leaderismo e dalla costruzione di un partito vero. «Noi siamo orgogliosi di sentirci costruttori di un partito. Costruendo un partito realizziamo la Costituzione, che parla di partiti e non parla di popoli. Esiste un'altra modernità, alternativa alla deformazione plebiscitaria della nostra democrazia. Una modernità che può venire dal rafforzamento e dalla riforma del sistema parlamentare, da una legge elettorale che riconsegna ai cittadini la scelta dei parlamentari». Una riforma in attesa della quale, ha precisato poi Bersani nelle sue conclusioni, «meglio fare le primarie per scegliere le posizioni nelle liste per il parlamento». Il neosegretario ha tenuto una relazione solida e accurata, fondata sull'analisi dei problemi che investono il paese, proponendo «un'assemblea di mille amministratori del Pd, aperta ad amministratori di ogni orientamento, per denunciare il federalismo delle chiacchiere e parlare di federalismo dei fatti. Non si pensi, a cominciare dalla Lega, di poter raccontare delle favole mentre noi stiamo zitti». Secco col governo - «dialogo no, confronto sì, ma solo in parlamento e non sugli affari del premier» - e fiducioso sulle possibilità di D'Alema di diventare ministro degli esteri dell'Unione Europea - «ne saremmo orgogliosi» - Bersani ha proposto, tra le altre cose, un sistema di quote per valorizzare la presenza femminile non solo in politica, ma nella società. «Noi non tolleriamo la posizione discriminata delle donne. Vogliamo guidare un forte movimento di opinione che chieda una soluzione transitoria di quote, perché la discriminazione più forte è quella che tiene le donne fuori dai centri decisionali». Concretezza e pragmatismo anche su questo delicato argomento, che del resto è stato affrontato nello stesso modo in altri paesi europei (Norvegia, Francia), dove si è introdotto un sistema di quote per riequilibrare la presenza femminile nei consigli di amministrazione e nei luoghi decisionali. Presenza che non va mai disgiunta dal merito e dalle capacità, è chiaro, ma ciò non può essere un alibi per relegare le donne in ruoli di comprimarie.

Il punto centrale del suo intervento, Bersani lo dedica al progetto del nuovo partito, sgombrando il campo da dubbi e dalle tentazioni "nostalgiche" che i suoi avversari gli avevano attribuito durante la campagna congressuale. «Dobbiamo costruire il partito che abbiamo promesso ai cittadini e ai militanti. Nessuna nostalgia deve imprigionarci o trattenerci, dobbiamo sentire la necessità del nuovo da costruire. Ci rivolgiamo a tutto il centrosinistra, senza trattino, nella legittima ambizione di farci più forti. Liberiamoci da parole vecchie e passate, la nostra proposta politica non è una coperta da tirare al centro o a sinistra. Quel che conta è il progetto, l'idea di paese. Al di fuori di questa ambizione non si è più di centro o più di sinistra, si è un partito piccolo condannato nei nostri confini». Anche per questo, ha poi precisato Bersani nel corso delle sue conclusioni, «il Pd è coperto sia a sinistra che al centro». Un passaggio particolarmente apprezzato che ha trascinato gli applausi fino alla fine della relazione - «Un partito giovane ci chiede di essere giovani nel cuore» - accolta da una standing ovation.

È stato anche il giorno dell'elezione dei nuovi organismi, dal vicesegretario Enrico Letta ai 120 componenti della direzione nazionale. Tra i liguri chiamati a farne parte figurano Andrea Orlando, Roberta Pinotti e Mara Carocci, oltre a Claudio Burlando (Presidente di Regione), Lorenzo Basso (Segretario Regionale) e Marta Vincenzi (Sindaco di area metropolitana).
E' stato anche il giorno dell'elezione della presidente del partito, Rosy Bindi, visibilmente commossa nell'accogliere la nomina e nel ricordare il suo predecessore, Romano Prodi.

Sono stati eletti vicepresidenti Ivan Scalfarotto e Marina Sereni espressione rispettivamente della mozione Marino e Franceschini.

Durante la fase riservata agli interventi liberi, sia Dario Franceschini che Ignazio Marino hanno dato al neosegretario la loro disponibilità a lavorare insieme. Marino si è detto «molto soddisfatto del discorso di Bersani», al quale ha messo «a disposizione le nostre forze», perchè ora «ci faccia vincere». Stesso concetto ribadito, seppure con qualche sorriso in meno, da Dario Franceschini: «Abbiamo la responsabilità di sostenere lealmente chi ha la responsabilità di guidare il partito: noi, Pier Luigi, faremo così».

E' arrivato il tempo dei saluti. Rosy Bindi annuncia la fine dell'Assemblea, non senza fissare il prossimo appuntamento: ci vedremo già tra un mese, o al massimo subito dopo Natale. Non possiamo perdere tempo, c'è tanto da fare, e con la collaborazione di tutti dobbiamo onorare quella responsabilità che le Primarie ci hanno affidato.

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